“Sono state introdotte metodiche mini-invasive di rimozione extracorporea, mediante ago periferico, dei fluidi intravascolari in eccesso.”

Lo scompenso cardiaco congestizio è una sindrome caratterizzata da disfunzione ventricolare. L’insufficienza del ventricolo sinistro provoca dispnea e astenia, mentre l’insufficienza del ventricolo destro causa ritenzione idrica nel distretto addominale e periferico. I ventricoli possono essere coinvolti insieme o separatamente.

Scompenso Cardiaco

I ventricoli possono essere coinvolti insieme o separatamente. Lo scompenso rappresenta la prima causa di ricovero tra gli ultra 65enni e la prima causa di morte, tra le patologie cardiovascolari in Italia. Si stima che circa l’1,7% della popolazione ne soffre (circa 1 milione di persone), con un’incidenza di 200.000 nuovi casi all’anno. Inoltre, la prevalenza cresce in maniera esponenziale con l’età: meno dell’1% sino a 60 anni e fino al 20% dopo gli 80 anni.
La mortalità nei pazienti affetti da scompenso cardiaco, nonostante i numerosi progressi, rimane ancora oggi estremamente elevata. Si stima che il 37% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco in classe NYHA IV non sopravviva più di 1 anno.

Le principali cause correlate allo scompenso cardiaco congestizio sono rappresentate da patologie coronariche/valvolari, ipertensione arteriosa, cardiomiopatie e aritmie sopraventricolari, tra cui la fibrillazione atriale.
Il trattamento comprende l’educazione del paziente, diuretici, ACE-inibitori, inibitori dei recettori dell’angiotensina II, β-bloccanti, antagonisti dell’aldosterone, inibitori della neprilisina, pacemaker/defibrillatori impiantabili e altri dispositivi, e correzione della causa(/e) della sindrome di insufficienza cardiaca.
La rimozione dei fluidi in eccesso, caratteristici di questa patologia, viene normalmente ottenuto mediante somministrazione di diuretici, ma è spesso la causa di attivazione neuro-ormonale sistemica in grado di portare, nel medio lungo termine, ad una riduzione della funzionalità renale già altrettanto compromessa. Questa problematica porta a periodici ricoveri dei pazienti a causa di accumuli di fluido eccessivi. Si stima che i pazienti di classe NYHA III e IV abbiano una frequenza di ospedalizzazione superiore a 4 volte l’anno. Una significativa percentuale di questi pazienti (20-30% circa) matura pertanto una resistenza alla terapia diuretica.

Sono state introdotte metodiche mini-invasive di rimozione extracorporea, mediante ago periferico, dei fluidi intravascolari in eccesso. Questi trattamenti di ultrafiltrazione, condotti in regime di day-hospital, consentono una rimozione rapida ed efficace, consentendo di alleviare la sintomatologia dei pazienti.

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